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...mi era stato sempre difficile pensare al paziente come un muscolo o un emisoma da aiutare. Sentivo, da tempo, che anche la rottura del dito mignolo della mano coinvolgeva tutto l'essere, che di fronte alla difficoltà patologica la reazione ed il recupero sono molto soggettive ed individuali, che non esisteva solo il danno cellulare ma anche la reazione di fronte alla difficoltà ed io, come terapeuta, ne avrei dovuto tener conto se volevo veramente aiutare chi veniva da me con il desiderio di migliorare. Trovai la chiave per iniziare a lavorare considerando il tutt'uno: la globalità. Continuai a studiare tutte le terapie che riguardavano la mente ed il corpo, Mezier, Shusciard, psico-motricità, espressione corporea, “mind-control”, imparavo e applicavo. Il metodo che io sento è un insieme di sistemi passati attraverso di me, elaborati, fatti miei attraverso il mio vissuto ed applicati all'utente. Trovo che il terapeuta debba conoscere molto; la plasticità è la sua forza. Se abbiamo solo un martello, vediamo solo chiodi.
Dr. Elisabetta Roberta Rubertelli |