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Dr. Rubertelli

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La profondità della malattia

La malattia ha un valore ed un significato profondo per la persona che né é portatrice. Si manifesta in un momento preciso della sua esistenza, è vissuta con modalità personali ed originali, appartiene interamente alla persona che l'ha generata. Noi produciamo le nostre malattie, che sono così personali creazioni, seppure con esiti dolorosi. Esse esprimono parti di noi nascoste che protestano perché non è loro dato ascolto.

Nella sua anomalia la malattia é perfetta, dal semplice raffreddore di naso alle malattie croniche profonde, in quanto risultante precisa di forze convergenti, ed é dinamica, evolutiva e mai statica. Disarmonia perfetta nell'ordine cosmico.

La malattia é dovuta ad una perdita di salute e ciò, anche se può sembrare ovvio, significa che non si deve combattere proprio nulla, quanto rimediare ad errori che ci hanno reso malati. Lo stato di salute è un raro e prezioso riscontro, instabile e delicato da mantenere. Possiamo con certezza affermare che una persona è in salute quando non ha dolori, respira bene, si nutre e, secondo la sua età, si mantiene vigorosa. Dorme, parla e si rapporta agli altri, pensa e ricorda in modo efficace. Tutto ciò non è sufficiente. Una persona è in salute quando è creativa.

La creatività è una facoltà innata dell'essere umano ed imprescindibile, essere creativi significa esprimere se stessi. La creatività è recettività. Liberi da blocchi energetici, avviene la sintonia con il tutto, l'uno universale, riceviamo così immagini dalla psiche collettiva, affiorano archetipi, di bellezza, bontà ed eros.

Se tutti i nostri organi ed apparati funzionassero alla perfezione, se la nostra mente fosse perfettamente in grado di pensare, ricordare, apprendere, ma la persona non fosse in grado di applicarsi efficacemente e creativamente ad una qualsiasi attività, non potremmo mai affermare che questa persona è sana.

Possiamo così sinteticamente definire la salute come uno stato adeguato all'espressione della personalità dell'individuo. La malattia, oltre il suo bagaglio di dolori e sofferenze, sfocia sempre in una mancata o diminuita espressione di sé.

La malattia è sempre una manifestazione unitaria, così come l'essere umano, pur con molteplici aspetti. La sofferenza umana si manifesta sempre sia nella sfera fisica che emotiva ed intellettiva, prevalendo in uno di questi settori. Ad esempio il fegato può essere il nostro organo più colpito ed i polmoni o il cuore funzionare bene; la memoria e l'attenzione possono essere menomate, mentre la capacità di elaborare pensieri rimanere intatta; oppure possiamo sentirci irascibili ed ansiosi, ma non avere depressione.

Tutti gli aspetti della sofferenza, debbono poi essere riportati alla persona per comprenderne il senso. Non basta rivolgere l'attenzione all'uomo chimico, che logicamente esiste, ma occorre riconoscere l'uomo elettromagnetico, centro energetico emittente e captante.

Allora possiamo considerare la malattia come una disritmia, un difetto dell'equilibrio energetico dell'uomo, che poi si esplica a livello biochimico ed organico, ma che trova il suo primus movens nella sfera più sottile dell'essere vivente. Per riportare l'armonia è necessario intervenire a questo livello.

La scienza attuale, in particolare la Fisica , dispone di tecnologia adeguata a recepire, misurare e valutare tali livelli energetici, ma la scienza medica è restia ad accettare le conclusioni che ne derivano, rimanendo bloccata in un concetto materialistico e parziale dell'essere umano, curato quasi come una macchina.

La Medicina , in senso lato, prima e dopo Ippocrate, dall'oriente all'occidente, cioè la scienza che l'uomo si è dato per guarire dalla Malattia, deve dare risposte semplici ed efficaci alla richiesta d'aiuto che la persona malata gli rivolge. E soprattutto non deve dimenticare che il malato è una persona, un'entità vivente che si trova in una fase di difficoltà, che vive un conflitto che si manifesta con la sofferenza. Conservare il senso squisitamente umano della sofferenza non è un approccio più delicato e più gradevole, è parte della soluzione.

La sofferenza della persona può sempre essere attenuata, talvolta risolta. La cura non deve rischiare di uccidere il malato, altrimenti avrà contraddetto la prima regola, “Primum non nocere” di Ippocrate, né danneggiarlo, ma la terapia deve tendere a ristabilire l'equilibrio smarrito attivando e ripristinando i circuiti omeostatici.

Il medico, il terapista, il guaritore è la figura di riferimento, anch'egli un essere umano. Queste figure hanno un obiettivo in comune e debbono perseguirlo con forza e sincerità, come alleati in una battaglia importante e indispensabile. L'alleanza per la guarigione è paragonabile al rapporto tra Dante e Virgilio. Dante è il paziente, Virgilio il terapeuta. L'autore del poema è Dante. E' lui il protagonista, Virgilio afferra per mano Dante, e lo accompagna nel tratto di percorso buio della sua vita. Egli condivide il patos di Dante in atteggiamento di compassione, illuminando le zone d'ombra, fino a condurlo sulla strada della consapevolezza (guarigione). Dante continua poi da solo il suo percorso, in contatto con il suo “ sé ” che aveva smarrito.

Sia il medico che il paziente hanno una parte importante da svolgere perché il risultato finale sia il migliore possibile. Ad entrambi è richiesto qualcosa: disponibilità ed apertura verso il paziente, insieme al desiderio di collaborare per la guarigione; conoscenza e capacità di indagine al medico, insieme a sincero interesse per la persona che gli sta chiedendo aiuto. Viene così a costituirsi una salda alleanza con l'obiettivo comune della guarigione.

La relazione medico/paziente in medicina omeopatica, in particolare nell'omeopatia unicista, è una relazione delicata, che va gestita con cura dal terapeuta per evitare di cadere, insieme al paziente, in facili tranelli. Non è certo una relazione così approfondita, ripetuta e frequente come nella terapia psicoanalitica, ma può diventare di pari intensità. Non ne sottovaluterei i rischi.

In parte il terapeuta deve essere istruito ed allenato a gestire relazioni certamente più coinvolgenti di quelle che comunemente si creano nella medicina classica, e questo non può chiederlo ai testi di studio comunemente in uso nella facoltà di Medicina, l'argomento non è ovviamente contemplato. Talvolta il paziente può essere, e facilmente lo è, portatore di un numero incontenibile di aspettative e trovata una maggiore disponibilità all'ascolto rispetto a quanto si aspettasse, riverserà sull'incauto terapeuta, con sue sollievo momentaneo, ma con future complicazioni.

Possiamo definire questa “alleanza” atmosfera empatica. Ed è la risultante di un vero e profondo interesse che il terapeuta prova verso il paziente. Quando quest'atmosfera è presente il paziente si sente come magicamente a suo agio, desideroso egli stesso di segnalare la sua sofferenza, senza bisogno di essere troppo stimolato. È così che il paziente comunica la sua sintomatologia in modo semplice, chiaro, come se la stesse per la prima volta comunicando a se stesso, perché l'attenzione e l'interesse del medico risvegliano la sua più profonda consapevolezza.

È questo il lavoro che un buon terapeuta cerca di fare, facilitare l'apertura del paziente per avere accesso ad una sintomatologia profonda, causa della sua sofferenza.

 

Dr. Elisabetta Roberta Rubertelli