Ogni autore, come ogni bravo artista, sa molto bene cosa significa creare per se stesso o per gli altri. Creare per gli altri significa sempre commettere una specie di crimine, perché ciò per cui ci si adopera viene in qualche modo falsato dal bisogno di compiacere le esigenze altrui, quelle del pubblico, dei critici e, perché no, degli invidiosi che attendono solo di potersi avventare sul primo errore compiuto da un'artista di fama cercando di demolirlo con giudizi spietati e superficiali.
Ben diverso è l'intento dell'artista che nel momento in cui crea, ha un atteggiamento che gli permette di esprimere attraverso la sua arte emozioni che gli appartengono, sentimenti, domande e risposte da considerarsi del tutto individuali nascenti dall'anima senza sforzo di volontà.
Nel pensiero di Humberto R. Maturana la mente è un fenomeno che appartiene alla dinamica relazionale dell'organismo. Nella sua prospettiva, la mente, come un fenomeno relazionale, sorge nella relazione fra l'organismo e l'ambiente, allo stesso modo come il camminare nasce da un movimento delle gambe nella relazione con il suolo, o come uno spostamento del corpo.
Maturana sostiene poi che, poiché il sistema nervoso si modifica - nell'arco della crescita del bambino (e durante tutta la vita di una persona) in maniera contingente al suo vivere nel linguaggio, la condotta "linguaggiante" è generata anche quando stiamo soli. Egli sostiene anche che è possibile, così come accade, che anche se isolati siamo in grado di avere esperienze che possiamo distinguere come mentali perché hanno un senso nel nostro dominio di esseri "linguaggianti" .
Per cominciare, sostiene Maturana, qualunque cambiamento intervenga nei sistemi umani per intervento di un terapeuta, esso deve sempre essere inteso come una riorganizzazione dell'esperienza del paziente determinata dal paziente stesso e non dal terapeuta. Vale a dire, il terapeuta può solo generare perturbazioni che possono innescare la riorganizzazione mentale del proprio paziente, ma mai specificarla. Quindi il terapeuta può innescare, ma mai specificare, cosa accade nel paziente.
Se il terapeuta pensasse di doversi adoperare in modo che il proprio lavoro gli procuri le lodi e gli apprezzamenti della gente, dei colleghi e del pubblico, di certo commetterebbe un grave errore, perché tutto quello che tenterà di fare non potrà rivelarsi di alcun sollievo per i suoi pazienti. Anche per l'arte medica, terapeutica, vige la regola di attingere al proprio patrimonio interno per riuscire a creare qualcosa di unico, autentico, fruibile per i pazienti.
Il rapporto terapeutico, che costituisce la vera “ opera d'arte” , acquista poteri straordinari e vivificanti solo quando il terapeuta lo alimenta con la propria personalità, con gli aspetti più veri e vivi della sua anima.
La professione del terapeuta può essere svolta adeguatamente soltanto se si ha un tipo di personalità particolare, al di là dei vari credo di scuola , l'autenticità, “vocazione” non è sinonimo di “inclinazione esercitare un certo mestiere” , parlare di “vocazione” significa affrontare un aspetto ben più complesso e articolato, che riguarda il dinamismo presente nel nostro mondo interno. “Avere una vocazione” significa avvertire un'emozione molto intensa che ci esorta e ci spinge con energia verso una certa direzione. A questa forza attrattiva è pressoché impossibile opporre resistenza e per quante peregrinazioni si possano compiere nel corso di una vita intera, se la vocazione è autentica prima o poi ci conduce in porto.
Sentire di avere un certo tipo di vocazione implica la volontà di dedicarsi con tutte le risorse e la passione in cui disponiamo a una specifica attività. Da un punto di vista etimologico, il termine “vocazione” rimanda all'idea di una “chiamata” che giunge da un luogo imprecisato dell'anima, un “luogo” che, nel caso della vocazione religiosa, può essere denominato come la “volontà di Dio” . In linea generale, però, l'uso del termine vocazione è appropriato in tutti quei casi in cui una persona avverte dentro di sé un forte richiamo, una sorta di voce persistente che indica la via da seguire.
Il mestiere del terapeuta così come quello del medico, dovrebbero sempre essere sostenuti dalla vocazione di chi li esercita. Questa potrebbe apparire come un'osservazione superflua, che intende fare riferimento a un assunto più che scontato, quasi banale. La nostra vocazione implica il bisogno imperioso e ineludibile di calarsi nelle profondità dell'animo umano e di incontrare l'altro nel profondo, dove arde la fiammella Divina.
Le tecniche d'immersione contano assai meno della sintonia col paziente in questo “bisogno di profondità” . Occorrono molti strumenti. Se si ha solo un martello vediamo solo chiodi. Portiamo con noi tutto il nostro sapere e la nostra esperienza, pronti però a rimetterli in gioco di volta in volta. Quando la nostra vocazione è autentica, sentiamo che fare il terapeuta è per noi inevitabile e imprescindibile, una missione dalla quale niente e nessuno potrà mai distoglierci.
Chi ha vissuto personalmente e profondamente il disagio e n'è uscito, sa bene che anche le esperienze più drammatiche possono essere guardate secondo un'ottica completamente diversa da quell'abituale. Solo chi è stato messo in grado di vivere e interpretare la propria sofferenza, potrà comprendere la sofferenza dell'altro e restituirgliela come qualcosa di sensato. L'elaborazione di un vissuto di sofferenza genera nuovi strumenti interpretativi, che permettono non solo di leggere e comprendere la sofferenza dell'altro ma, soprattutto, di vedere il mondo con occhi diversi.
Il terapeuta che abbia sofferto sarà molto più erudito e competente di altri che, invece, la vita avrà voluto preservare dal dolore. Il paziente non ha bisogno di un contenitore vuoto nel quale riversare le sue paure, le sue angosce, ma ha bisogno di un interlocutore valido che risponda, oltre che con i silenzi, con parole, “parole sensate” ed interventi operativi individuali specifici ed appropriati alle situazioni del momento presente considerando l'individuo in tutta la sua complessità, occorre conoscere molte metodiche terapeutiche per finalizzare l'intervento nella sua unicità in dinamismo. E' il terapeuta che segue il cammino di guarigione del paziente e non il contrario.
Se il terapeuta non ha vissuto personalmente particolari difficoltà, le sue parole non produrranno alcun effetto sul paziente, nate come sono dai luoghi comuni del discorso, dai sofismi della retorica professionale. Tutte le esperienze precedenti del terapeuta, le vicende attraversate, le sue sofferenze, debbono servirgli ad entrare in sintonia con l'individuo che ha di fronte, che qualsiasi cosa gli chieda esplicitamente in realtà gli sta chiedendo di aiutarlo a trovare se stesso. Si cita spesso la frase di Perls “non spingete il fiume; scorre da solo” , per porre l'accento sul concetto che il terapeuta non può fare niente di più che essere disponibile , senza interferire nei tempi di maturazione personale.
Dr. Elisabetta Roberta Rubertelli
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